Comune di Gandino – Informazioni Paese e Turismo

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CENNI STORICI:

I primi insediamenti dell’uomo sul territorio risalgono ad epoche assai remote, come testimoniato dai resti rinvenuti durante alcuni scavi archeologici effettuati tra il 1999 ed il 2001 sulle montagne che sovrastano il paese. Queste alture garantivano sicurezza agli uomini primitivi, che nelle grotte e nelle cavità della roccia potevano trovare riparo dai predatori e dalle intemperie.

I reperti più antichi sono alcuni manufatti in selce emersi presso la località Campo d’Avene, distesa erbosa posta alla testata della valle d’Agro, riconducibili al Paleolitico superiore, in un periodo compreso tra il XIII e l’XI millennio a.C.. Nella vicina conca del Farno sono stati rinvenuti differenti elementi litici riconducibili al paleolitico, presso la pozza dei morti della Montagnina, ed altri a forma triangolare presso la pozza della Guazza databili al periodo Mesolitico, tra l’XI ed il IX millennio a.C..

Al Neolitico (IX-IV millennio a.C.) appartengono invece i cocci in ceramica, le selci ed i carboni emersi presso la pozza dei sette termini, indice di come la zona fosse frequentata da sporadiche presenze di cacciatori, pastori e mandriani nomadi.

E’ invece durante l’età del ferro, periodo del quale sono giunti a noi due punte di lancia ed un elmo, che si verificarono i primi insediamenti stabili, quando nella parte alta dell’attuale centro abitato si svilupparono piccoli agglomerati, a margine dei quali cominciarono a trovare spazio le prime coltivazioni stanziali. Si trattava di popolazioni di origine ligure, dedite alla pastorizia, tra cui gli Orobi. Ad essi, a partire dal V secolo a.C., si aggiunsero ed integrarono le popolazioni di ceppo celtico, tra cui i Galli Cenomani. Nonostante si trattasse di presenze sporadiche, che non formarono mai un nucleo abitativo definito, questi ultimi lasciarono segni indelebili della loro presenza, come testimoniato dai numerosi toponimi ad essi riconducibili.

In primo luogo il nome stesso del paese deriverebbe dalla chiara matrice celtica Gand-, indicante un territorio ripido, sassoso e franoso (luogo probabilmente identificabile con il ghiaione della località Groaro), e presente in numerosi altri toponimi della provincia di Bergamo quali Gandellino, Gandosso e Ganda. Di origine celtica dovrebbero essere anche i nomi dei torrenti Romna e Rino, e delle frazioni Barzizza (Bargigia nella forma dialettale, riconducibile a Barg- o Berg-, indicante un’altura) e Cirano (in dialetto Scerà e derivato da Scèr-, ossia cerro, genere di albero).

Riguardo alle frequentazioni di questa popolazione, è invece priva di fondamenta la leggenda che indicherebbe la località Coren d’altar come luogo sacro in cui idruidi svolgevano i propri riti.

 

 

ITINERARI DI GANDINO:

La principale struttura presente nel comune è indubbiamente la chiesa prepositurale, assurta a ruolo di basilica, dedicata a santa Maria Assunta. Posta nel cuore del vecchio centro storico, da sempre ha ricoperto grande importanza per i propri abitanti, come testimoniato dalle numerose elargizione che, fin dall’epoca medievale, le hanno permesso di dotarsi di importanti opere d’arte.

I primi documenti che ne attestano l’esistenza risalgono all’anno 1180, mentre nel 1223 venne menzionata negli atti che sancirono l’emancipazione comunale del paese, a dimostrazione dell’importanza ricoperta già in quel tempo. Per venire incontro alle mutate esigenze della popolazione in costante crescita, nel 1421 il primitivo edificio lasciò il posto ad una nuova struttura più grande, che già nel 1469 venne ulteriormente ampliata verso Sud con l’aggiunta di una seconda navata. Quella struttura, di poco più corta dell’attuale, venne ristrutturata nei primi anni del XVII secolo, come testimoniato dalla lapide che, tutt’ora presente, fu murata nel lato Sud dell’edificio all’inizio dei lavori. Il progetto fu affidato al gandinese Paolo Micheli, che lasciò le pareti Nord ed Ovest della precedente struttura, aggiungendo una terza navata. Dopo un rallentamento della costruzione a causa dell’ondata di peste del 1630 che uccise anche il progettista, la chiesa fu inaugurata nel 1640.

La struttura, rimasta sostanzialmente invariata fino ai giorni nostri, presenta la copertura con una successione di spioventi posti a differenti altezze (detta facciata a saliente), composta in pietra locale con intensità calda che fanno risaltare lesene e cornicioni di tonalità chiara. Sempre sulla facciata si trovano i portali, realizzati dai veneziani Domenico Rossi ed Antonio Cavalleri, nonché statue di figure zoomorfe eseguite in pietra di Rovigno da Paolo Callolo e Paolo Groppelli. Sulla struttura svetta la torre campanaria alta 74 metri con cupola a cipolla, di derivazione mitteleuropea, dotata di una cuspide in rame alta 13 metri, ed eseguita dal bolzanino Francesco Shgraffer e dal trentino Paolo Sterzl. Il campanile possiede inoltre un concerto di 10 campane datate dal 1706 al 1822.

 

La basilica vista dall’alto

All’interno sono custodite numerose opere di indubbio valore. Tra queste vi sono la barocca cupola ad ombrello dipinta da Giovanni Battista Lambranzi con Cristo, san Pietro, san Giacomo Maggiore e san Bartolomeo posti ai quattro punti cardinali, ed il presbiterio con volta a botte affrescato da Ottaviano Viviani. Presso gli altari dei santi patroni e di san Pietro vi è il ciclo pittorico di Giacomo Ceruti (detto il Pitocchetto), mentre presso quelli laterali sono poste le tele di Simone Cantarini (Incoronazione della Vergine), Domenico Carpinoni, Vincenzo Dandini, Bernardo Luca Sanz, Gian Giacomo Barbello e Gian Cristoforo Storer. Sopra le bussole d’ingresso si trovano inoltre le opere di Paolo Zimengoli (il diluvio universale), Antonio Balestra (Fuga in Egitto), Sante Prunati (Adorazione dei Magi) , mentre presso l’ancona è collocato il dipinto Maria Assunta con i santi Patroni eseguito dal gandinese Ponziano Loverini. Numerosi sono gli intarsi che ornano l’edificio, tra i quali spiccano i confessionali di Giovan Battista Caniana e di Andrea Fantoni, del quale si segnalano anche l’abside in marmi policromi e le sculture della Vergine e degli angeli, l’organo di Ignazio Hillepront, la balaustra in bronzo di Francesco Lagostino, le sculture dei Carra, del Marengo e dello Schmeidel.

Attiguo alla basilica, si trova il museo che raccoglie numerose opere d’arte ed oggetti sacri, legati alla storia del principale edificio religioso del paese. Inaugurato nel1929, ristrutturato ed ampliato nel 1963, è suddiviso in tre sezioni. La prima raccoglie il materiale legato alla chiesa ed all’aspetto liturgico: a tal riguardo si segnalano paramenti sacri ed ornamenti, ma anche vere e proprie opere d’arte, quali le quattrocentesche croci realizzate da Matrenianus de Filippis, gli arazzi degli artisti belgi Frans Guebels, Cornelio ed Enrico Mattens, i dipinti di Alvise Benfatti (l’Assunta), Pietro Mango (la Circoncisione), Niccolò Frangipane (Caduta sotto la Croce), Antonio Balestra, Sebastiano Ricci, Domenico Carpinoni, Pietro Urbani, Albino Canali e Pietro Servalli. La seconda sezione, aperta nel 1998, è invece riservata alla collezione di presepi, situata in tre saloni al primo piano, che raggruppa circa 280 esemplari, mentre il terzo settore è invece dedicato all’archeologia tessile. Quest’ultima permette di comprendere al meglio la storia dell’economia gandinese, da sempre basata sull’industria tessile, che ha permesso al paese di arricchirsi e di prosperare per secoli.

Restando in ambito religioso, numerose sono altre le chiese presenti sul territorio comunale. Tra le più importanti vi è la chiesa di san Carlo, posta nell’omonima via ed edificata tra il 1610 ed il 1638 con annesso monastero femminile, inizialmente soggetto alla regola di san Benedetto. Soppresso nel 1810 dalle normative napoleoniche, fu ricostituito nel 1818 quando vi fecero ritorno altre religiose, questa volta aderenti all’ordine delle Suore orsoline di Maria Vergine Immacolata, che tutt’ora vi risiedono. Al piano terreno vi è un chiostro con un loggiato con colonne in stile dorico, mentre al primo piano gli stessi elementi portanti sono replicati con misure dimezzate.

Tra le chiese sussidiarie si segnalano la chiesa del Sacro Cuore, posta in via san Giovanni ed adibita ad abitazione del curato; la chiesa di san Giuseppe Sposo di Maria Vergine, edificata nella prima parte del XVI secolodall’omonima confraternita che tutt’ora vi è presente; la chiesa di san Pietro Martire, sita nella contrada di Cima Gandino, con struttura primitiva risalente al termine del XVII secolo e completata un secolo più tardi; la chiesa di san Rocco, posta in località Biffone su uno sperone di roccia a strapiombo sul torrente Romna, edificata nel periodo immediatamente successivo alla peste del 1630, in luogo di una piccola tribulina costruita in seguito all’epidemia di tifo petecchiale degli anni 1528 e 1529.

Sempre nel capoluogo, degne di nota sono la quattrocentesca chiesa di Santa Croce e Sant’Alessandro, dove è tuttora presente la confraternita della Madonna del Carmine; la secentesca chiesa di Santa Maria Nascente (detta anche del Suffragio, per via della congregazione in essa presente) e la chiesa di Santa Maria degli Angeli, in località Valpiana ad un’altezza di circa 1.000 m s.l.m. Ancor più in alto, presso il monte Farno, si trova la chiesa della Beata Vergine Addolorata, inizialmente dedicata a sant’Antonio ed inaugurata nel 1924.

Nella frazione di Barzizza è presente la chiesa parrocchiale di san Lorenzo, il cui primo nucleo risale al XV secolo, ma ricostruita nel secolo successivo e modificata nel1880, mentre nell’altro nucleo di Cirano si trova la cinquecentesca chiesa dei santi Gottardo e Bartolomeo Apostolo.

In ambito civile, il borgo storico è un importante indicatore di come il paese abbia goduto di grande prosperità nel corso dei secoli. Numerosi sono infatti i palazzi signorili, appartenuti alle principali famiglie operanti nel settore laniero, che sorsero dopo l’epoca medievale.

Tra questi vi è il quattrocentesco palazzo del Vicario, attuale sede municipale, che presenta un orologio ed una struttura porticata che si apre su piazza Vittorio Veneto, al centro della quale si trova una fontana. Sul lato opposto della medesima piazza si trova il cinquecentesco palazzo del Salone della Valle, anch’esso di proprietà comunale, dotato esternamente di una facciata simmetrica ed internamente di affreschi ed arredamenti di valore storico ed artistico. I suoi saloni sono utilizzati come sala consiliare, sede della proloco ed archivio, nel quale sono custoditi anche documenti risalenti all’epoca comunale.

Rilevanti sono anche i palazzi Spampatti, Loverini e Giovanelli. Quest’ultimo appartenne ad una delle famiglie più in vista della borghesia gandinese all’epoca della dominazione veneta, casato che vantava contatti economici e d’amicizia con la corte d’Austria. Costruito in differenti riprese tra il XV secolo ed il 1668, presenta una struttura ad L a due piani: sul lato che dà verso la strada spicca l’imponente facciata con il portale d’ingresso sormontato da un balcone ed adornato bassorilievi in pietra di Sarnico che contornano anche le numerose finestre presenti. L’altro corpo dell’edificio, rivolto ad Ovest, possiede all’interno un porticato con giardino, con un loggiato al primo piano. Nonostante la valenza storica ed artistica, l’edificio versa in condizioni precarie.

Di particolare interesse storico sono i resti delle fortificazioni medievali, composti da tratti di muratura e torri utilizzate come roccaforti difensive. A tal riguardo interessanti sono la porta di piazza, antico accesso al borgo storico, e le altre due porte in via Lacca, che ancora presentano i resti di una torre. Quello che molti ritengono l’elemento principe dell’intero sistema fortificato del paese è invece la torre del Portone Fosco, risalente al XIV secolo e costituita da pietre squadrate disposte in modo regolare per tutta la sua altezza, pari a quattro piani.

In località Cima Gandino si trova poi l’omonima torre che, risalente al XIV secolo, presenta una copertura che alterna parti in intonaco ad altre in pietra e laterizio; nel nucleo della frazione di Cirano vi sono la trecentesca torre Alli Moj, posta nell’omonima località, la cui struttura ha risentito negativamente di un prolungato stato di abbandono, e la torre di Cirano, situata poco distante. Quest’ultima, di origine quattrocentesca, presenta una possente muratura in blocchi di pietra, con numerosi rimaneggiamenti strutturali operati in modo approssimativo nei secoli successivi.

 

 

Popolazione Residente
5.434 (M 2.683, F 2.751)
Densità per Kmq: 186,5
Superficie: 29,14 Kmq
Codici
CAP 24024
Telefonico Prefisso 035
Codice Istat 016108
Codice Catastale D905
Informazioni
Denominazione Abitanti gandinesi
Santo Patrono SS. Ponziano, Quirino, Valentino e Flaviano
Festa Patronale prima domenica di luglio
Etimologia (origine del nome)
Deriva dal lombardo-alpino ganda, con il significato di frana o pendio ricoperto di pietre sfasciate.
Il Comune di Gandino fa parte di:
 Comunità Montana Valle Seriana
Località e Frazioni di Gandino
Barzizza, Cirano
Comuni Confinanti
Casnigo, Cazzano Sant’Andrea, Cerete, Clusone, Endine Gaiano, Leffe, Peia, Ponte Nossa, Ranzanico, Rovetta, Sovere
Musei nel Comune di Gandino
 Museo della Basilica di Santa Maria Assunta
Ville e Palazzi
 Palazzo Giovanelli (XVI-XVII secolo)
 Palazzo Maccari
 Palazzo Zilioli
Chiese e altri edifici religiosi gandinesi
 Basilica di Santa Maria Assunta
 Chiesa di San Giuseppe
 Chiesa di Santa Croce e Sant’Alessandro Martire
Giorno di Mercato Settimanale sabato mattina
Gandino P.zza XXV Aprile P.zza Veneto Via XX Settembre sabato 07:00 / 13:00 18 Banchi

FIERA

Gandino Fiera di San Giuseppe marzo 035/745567

mercato di gandino sabato mattina

  • Numeri utili GENERALI

    Carabinieri

    112

    Polizia Stradale

    035.276.300

    Polizia di Stato

    113

    Polizia Locale (centrale operativa) 

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    Vigili del Fuoco

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    Protezione Civile

    035.399.399

    Guardia di Finanza

    117

    Chiamata urgente su n° occupato 

    4197

    Corpo Forestale

    1515

    Pronto intervento ASM

    800.014.929

    Emergenza Sanitaria

    118

    Guasti fognature, acqua e gas   

    035.216.162

    Guardia medica

    035.455.51.11

    Enel (guasti luce) 

    803.500

    ATB     

    035.236.026

    Radio Taxi       

    035.451.90.90

Stazione di Gandino:
tel: 035.745.005 – fax: 035.746.816

  • Corpo Forestale dello Stato

Coordinamento Provinciale – emergenze 1515
tel: 035.247.327  – fax: 035.270.251    

Stazione di Clusone:
tel: 035.703.596- fax: 035.703.596

Ospedali limitrofi:

Ospedale Briolini di Gazzaniga
tel: 035.306.51.11  – fax: 035.306.52.22      

Ospedale S. Biagio di Clusone:
              tel: 035.306.62.11- fax: 035.306.62.62                                                                                                                   

Ospedali Riuniti di Bergamo:
                       tel: 035.269.111- fax: 035.266.859                                                                                                                          

Ospedale Bolognini di Seriate:
tel: 035.306.31.11- fax: 035.306.32.27

ALBERTI, MATTEO

(Peia, 1807 – Gandino, 1853)

Formatosi alle Lezioni Caritatevoli del Mayr, esordì nel 1826 al Teatro Sociale di Bergamo come basso cantante nelle opere “Elisa e Claudio” di Mercadante e “L’inganno felice” di Rossini dimostrando di possedere ottime qualità vocali e interpretative. Nel 1827 fu invitato alla Pergola di Firenze per esibirsi nella “Matilde di Shabran” di Rossini. Fu quindi scritturato per varie stagioni d’opera dai teatri di Milano, di Torino, di Venezia, di Ferrara, di Cremona, di Padova, di Palermo, di Barcellona, di Bologna. Grande successo riscosse nel 1832 al Teatro Ducale di Modena sostenendo la parte di Figaro nel “Barbiere di Siviglia” di Rossini. Egli univa alla padronanza scenica una voce chiara e agile, un fraseggio sciolto e una declamazione autorevole, che gli permisero nel 1836 a Perugia di suscitare l’entusiasmo del pubblico sostenendo il ruolo drammatico del baritono nella “Parisina” di Donizetti. Ancor più caldi consensi ottenne nel ruolo del protagonista dal “Torquato Tasso” di Donizetti, nel quale egli poté estrinsecare tutta la classe della sua linea di canto. Altro successo colse nel 1837 a Udine nel “Belisario” di Donizetti. Perduta la voce a trentotto anni per una irritazione della laringe, l’Alberti si dedicò all’insegnamento gratuito del canto.

ANTONIETTI, GIOVANNI

(Cirano di Gandino, 1892 – Ponte Selva di Clusone, 1976)

Cappellano militare del battaglione “Stelvio” del V reggimento degli alpini, per le sue coraggiose azioni sul fronte italoaustriaco meritò due medaglie d’argento al valor militare. Fu nominato cavaliere della corona d’Italia e ricevette la croce dell’ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Ritornato nel 1920 al servizio religioso nella diocesi di Bergamo, fece parte del comitato provinciale dell’Associazione Combattenti. Affrontò il grave problema degli orfani di guerra ai quali le famiglie povere non potevano provvedere e in una villa di Ponte della Selva aprì nel 1925 la Casa dell’Orfano, che accolse in un primo tempo una trentina di ragazzi ma che nel corso degli anni moltiplicò la sua capienza. All’istituzione, cospicuamente beneficata dall’avvocato Giacomo Suardo, fu annessa una chiesa progettata dall’ingegner Luigi Angelini. Nel 1969 monsignor Antonietti affidò la gestione della casa ai sacerdoti dell’Opera “Don Orione”. Egli donò al Comune di Gandino un suo terreno sito nella frazione di Cirano perché vi fossero costruiti un edificio scolastico, l’asilo e l’oratorio; contribuì con elargizioni personali al restauro della parrocchiale di Cirano. Fu sepolto nella chiesa della Casa dell’Orfano.

BARZIZZA, GASPARINO

(Barzizza presso Gandino, 1360 – Milano, 1431)

Appartenente a famiglia benestante e figlio del notaio Pietrobono, Gasparino si laureò in grammatica e retorica a Pavia, fu pubblico lettore di poetica a Bologna e insegnò belle lettere a Padova e a Pavia, dedicando tutto se stesso agli studi e divenendo per gli alunni un maestro di vita. Ebbe fra i suoi allievi Leon Battista Alberti. Latinista insigne, Gasparino raccolse molti codici antichi, emendò le “Institutiones” di Quintiliano e tre capitoli dell’”Ars oratoria” di Cicerone, commentò le lettere di Seneca a Lucilio e le epistole di San Paolo. Scrisse numerosi manuali, compendi e glossari ad uso degli studiosi; compilò fra l’altro il primo glossario bergamasco che si conosca. Precursore dell’umanesimo, diffuse il “De officiis” e altre opere di Cicerone. Nel 1421 fu chiamato a Milano dai Visconti, che si avvalsero delle sue doti diplomatiche e che lo nominarono ambasciatore presso Martino V. Schivo di onori, pare aver abitato in grande semplicità per qualche tempo in una sua dimora alla Costa di Alzano Inferiore. La fama di Gasparino durò dopo la sua morte: la tipografia della Sorbona ne stampò infatti l’epistolario latino e il trattato di ortografia. Altri scritti del Barzizza comparvero in preziosi incunaboli stampati a Lovanio e in centri universitari tedeschi e olandesi.

BETTERA, GIOVANNI MARIA

(attivo nel XVII secolo)

Nato probabilmente a Peia, in gioventù si recò a Roma per studiare ingegneria e architettura. Capomastro, dal 1633 al 1653 lavorò all’edificazione della basilica di Gandino su di un progetto di Paolo Micheli e incise il suo nome sull’estradosso della cupola, ultimata nel 1640. Nel 1656 elevò il campanile del santuario di Ardesio; gli si attribuisce anche la costruzione del campanile della basilica di Gandino. Morì a Brescia nel 1659 dopo essere caduto da un’impalcatura, mentre edificava una cappella del duomo con il figlio Cristoforo, del quale sono noti alcuni progetti per la costruzione della cattedrale di Bergamo. A Giovanni Maria Bettera l’amministrazione del Comune di Gandino ha intitolato una via. Cugino di Giovanni Maria e suo allievo fu l’architetto Giovanni Bettera, che risulta aver costruito nel 1677 la cupola del campanile della basilica di Gandino e il cui figlio Lorenzo, nato a Gandino nel 1650 e ivi morto nel 1699, fu a sua volta architetto e pittore.Questi lavorò con Carlo Fontana alla fabbrica della cattedrale di Bergamo, fu poi a Clusone per stimare le opere compiute nella chiesa arcipretale e per seguire il cantiere di Palazzo Fogaccia, quindi ancora a Bergamo per adattare allo stile barocco la basilica di Sant’Alessandro in Colonna.

 

DELLA MADONNA, FRANCESCO

(Gandino, 1771 – Bergamo, 1846)

Ordinato sacerdote nel 1793, fu cappellano residente e cantore della parrocchia di Sant’Alessandro della Croce in Bergamo. Dopo l’occupazione della città da parte delle truppe francesi non volle sottostare alle loro prepotenze e riparò a Venezia presso il patriarca Federico Maria Giovanelli; raggiunse Bergamo al seguito degli austrorussi ma al ritorno dei napoleonici si trasferì ancora in terra veneta, dove fu cappellano dapprima al Bottenigo di Mestre e quindi a Gambarare distinguendosi come facondo predicatore a Chioggia, a Venezia e a Mira. Dopo una permanenza a Cologna Veneta, nel 1814 fu nominato coadiutore della parrocchia di Gandino, dove assunse iniziative per alleviare la povertà della popolazione. Nel 1818 aprì una casa per l’educazione e l’istruzione delle fanciulle indigenti e abbandonate unendo alla scuola un convitto ed ottenendo nel 1820 la fondazione a Gandino di un istituto di suore osservanti la regola di Sant’Orsola. Eletto nel 1829 parroco della cittadina natale, nel 1834 fu nominato cappellano della cattedrale di Bergamo. Nel 1841, subentrando a don Giuseppe Brena, mancato in quello stesso anno, egli fu eletto vicepriore del Conventino di Bergamo.

FRANA, MICHELE

(Gandino, 1881 – Ivi, 1963)

Allievo di Cesare Tallone e di Ponziano Loverini alla scuola dell’Accademia Carrara di Bergamo, frequentò la scuola d’arte decorativa di Roma e fu aiuto di Pietro Ridolfi nei lavori di restauro all’interno del castello di Torre Alfina ad Acquapendente. Si dedicò soprattutto alla decorazione e al restauro. Collaborò per una decina d’anni con Mauro Pellicioli nel ripristino di importanti opere d’arte, fra le quali affreschi di grandi dimensioni; fra i numerosi restauri da lui condotti in proprio si ricordano gli affreschi di Marco d’Oggiono nella cappella dell’Immacolata ad Alzate Brianza, la “Crocifissione” del Luini a Santa Maria degli Angeli a Lugano, gli affreschi di Masolino da Panicale nel battistero di Castiglione Olona, gli affreschi della chiesa di Pagliaro e quelli della Casa di Arlecchino ad Oneta di San Giovanni Bianco. Lasciò affreschi sacri, pale d’altare e oli devozionali in molte chiese parrocchiali della Bergamasca (Azzone, Barzizza, Bonate Sotto, Camerata Cornello, Cazzano Sant’Andrea, Fonteno, Grumello de’ Zanchi, Nona di Scalve, Sforzatica, Vertova, Vilminore); altre decorazioni eseguì per chiese minori, sagrestie, cappelle, cimiteri, abitazioni private. Coltivò con buoni risultati anche la pittura da cavalletto.

GASPARINI, QUIRINO

(Gandino, 1721 – Torino, 1778)

Studiò dapprima con Fioroni, maestro di cappella del duomo di Milano, indi fu allievo di padre Martini a Bologna. Secondo alcuni scrittori fu violoncellista ma il Mayr scrisse che fu organista e che, giovanissimo, riusciva ad eseguire alla tastiera i più difficili pezzi di intavolatura lasciando ammirati i suoi maestri. Divenne sacerdote e nel 1751 fu accolto nell’Accademia Filarmonica della città felsinea. Soggiornò a Brescia, a Roma e a Napoli. Invitato a Bergamo per assumere l’incarico della direzione della cappella musicale di Santa Maria Maggiore, preferì declinare l’offerta. Fu maestro di cappella a Venezia e concluse la sua carriera a Torino come direttore della cappella musicale della cattedrale. Fu compositore di musica chiesastica: si ricorda uno Stabat Mater per due soprani, archi e basso continuo, pubblicato nel 1770 all’Aia e dedicato a Massimiliano di Baviera. Della produzione sacra del Gasparini fa parte anche un “Adoramus te”, mottetto trascritto da Mozart e a questi in passato erroneamente attribuito. Il Gasparini compose anche musica teatrale (si conoscono un “Artaserse” rappresentato a Milano nel 1756 e “Mitridate re del Ponto”, opera che andò in scena al Teatro Regio di Torino nel 1767).

GHIRARDELLI, VINCENZO

(Gandino, 1894 – Ivi, 1967)

Frequentò per un anno i corsi della Scuola d’arte “Andrea Fantoni” e fu poi allievo di Ponziano Loverini all’Accademia Carrara, dove venne più volte premiato e dove si diplomò nel 1924, dopo aver interrotto gli studi per combattere sul fronte italoaustriaco. Alla sua prima mostra personale, tenuta nel 1927 alla Permanente di Bergamo, ne seguirono numerose altre (ne tenne ancora una decina a Bergamo ma espose anche a Milano, a Sanremo, a Brescia, a Crema, a Treviglio e in altre città); vinse diversi premi di pittura e partecipò ad importanti collettive. Soggiornò a Parigi, dove suscitò l’interesse dei collezionisti. Fu in Svizzera per eseguire i ritratti dei componenti della famiglia Berner; Fausto Coppi lo volle a Santa Margherita Ligure per farsi fare da lui il ritratto. Il Ghirardelli coltivò lucidamente la pittura da cavalletto di gusto tradizionale, manifestando sempre un’adesione totale ma equilibrata alla realtà. Apprezzato come ritrattista, dipinse alcuni autoritratti sottilmente ironici. Si distinse anche nel paesaggio ma seppe eccellere nelle nature morte, nelle quali diede saggio di una luminosa accademicità, sorretta da un vivo senso spaziale, caratterizzata da un sobrio gusto secentesco e ispirata talora alla maniera del Baschenis e del Bettera.

LOVERINI, PONZIANO

(Gandino, 1845 – Ivi, 1929)

Pittore, si rivelò con un quadro storico premiato all’Esposizione Provinciale che si tenne a Bergamo nel 1870. Nel 1875 eseguì un ritratto di Gaetano Donizetti ora allogato al Museo Donizettiano di Bergamo. Attorno agli anni Ottanta incominciò a fornire significativi saggi nel campo della pittura sacra (suoi affreschi si trovano nella parrocchiale di Borgo Santa Caterina, nella parrocchiale di Trescore Balneario e in molte altre chiese, belle pale sono nella chiesa del ricovero di Almenno San Salvatore, nelle parrocchiali di Sant’Alessandro della Croce e di Sant’Alessandro in Colonna, nelle parrocchiali di Gandino, di Martinengo, di Nembro, di Peia e di Verdello). Corrispose a numerose e prestigiose commissioni (una ispirata “Santa Grata” esposta a Roma nel 1888 si trova nella Pinacoteca Vaticana, che nel 1903 acquisì anche un “Cantico delle creature”, sei dipinti sacri sono nel santuario della Madonna di Pompei e alcuni affreschi nella chiesa pavese di San Pietro in Ciel d’Oro). Nel 1899 fu chiamato a succedere a Cesare Tallone nella direzione della scuola di belle arti dell’Accademia Carrara di Bergamo, dove rimase fino al 1926, quando si ritirò per ragioni di età. Nel 1930 fu ricordato con un profilo biografico da Angelo Pinetti.

MARINELLI, ALESSANDRO

(Gandino, 1865 – Bergamo, 1951)

Studiò presso l’istituto musicale della Misericordia Maggiore di Bergamo conseguendo i diplomi di pianoforte e di organo; allievo di Amilcare Ponchielli a Milano, si diplomò in composizione. Docente di pianoforte e di organo e successivamente anche di armonia e contrappunto al “Donizetti”, vi insegnò per trentacinque anni ricoprendo l’incarico di vicedirettore e contribuendo a formare una intera generazione di musicisti bergamaschi. Fu consulente della casa musicale Carrara, che gli pubblicò diverse composizioni di carattere sacro e che gli affidò la direzione della collana “La Melopea Educativa”, con la quale si perseguivano finalità didattiche per l’insegnamento della musica nelle scuole. Fu per circa un decennio organista titolare della basilica di Santa Maria Maggiore in Bergamo. Nel 1914 fu aggregato all’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo. Si esibì più volte come concertista di pianoforte per la Società del Quartetto e in salotti per pubblici scelti. Partecipò alla fondazione del Circolo “Palma il Vecchio”. Collaborò per molti anni alla “Rivista di Bergamo” esercitando la critica musicale con competenza ed equilibrio e segnalando tutte le manifestazioni e le attività musicali di rilievo svoltesi nella città di Bergamo.

RADICI, LUIGI

(Gandino, 1871 – Bergamo, 1967)

Laureatosi a ventitré anni in ingegneria al Politecnico di Torino, diresse un’industria bergamasca che produceva manufatti in cemento. Si associò poi nell’attività professionale all’ingegner Dante Ghisalberti e seguì i lavori di costruzione della ferrovia elettrica della Valle Brembana. Nel 1906 con l’ingegner Guido Previtali, suo cognato, aprì a Villa d’Almè una moderna cementeria che nel 1911 fu assorbita dalla Italiana Cementi, denominata dal 1927 Italcementi.Di quest’azienda il Radici assunse la direzione tecnica reggendo poi la vicepresidenza dal 1928 al 1944. Fu presidente dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche dal 1914 al 1939; dal 1940 al 1944 fu presidente della società della Ferrovia di Valle Seriana. Consigliere comunale dal 1914 al 1920, si distinse per la sua forte e appassionata oratoria. Chiamato a presiedere la società costituita per la riedificazione del centro di Bergamo Bassa dopo la demolizione della vecchia Fiera, seguì personalmente e gratuitamente i lavori del nuovo complesso edilizio. Preside della Provincia dal 1934, si dimise nel 1939 non condividendo i metodi sempre più autoritari e impositivi del regime fascista. Beneficò l’ospedale di Gandino e altre istituzioni assistenziali e caritative. Fu socio dell’Ateneo di Bergamo.

SALVATONI, QUIRINO

(Gandino, 1787 – Ivi, 1871)

Frescante e decoratore, fu forse allievo del Bonomini, frequentò il Querena e fu amico del Nebbia, del quale ammirò i paesaggi. Appassionatosi al disegno scenografico, alla prospettiva e alla decorazione, divenne esperto di pittura a tempera su parete e fu richiesto per ornare interni di palazzi pubblici e privati, di castelli e di ville, di chiese, di cappelle e di oratori. Fino alla tarda età operò intensamente non solo in Bergamasca ma anche in varie località del Bresciano, richiesto dal patriziato e dalla borghesia più facoltosa. Fra gli edifici da lui decorati si ricordano Palazzo Frizzoni a Bergamo, Palazzo Bazzini a Lovere, il Castello Suardi a Caleppio, Villa Suardi a Cicola, Villa Morlacchi e Villa Camozzi a Ranica, Villa Carrara Spinelli a Redona, gli oratori di San Rocco a Gandino e di San Gottardo a Cirano. Alla solida formazione neoclassica nutrita di richiami mitologici seppe aggiungere una sensibilità romantica aperta all’esotismo. Associò al suo lavoro il figlio Giovan Battista (1806-1864), che fu allievo del Bianconi ai corsi di architettura dell’Accademia Carrara e che lasciò testimonianza della sua arte al Castello Sonzogni di Carobbio degli Angeli. Un altro figlio, Emilio Carlo (1812-1874), preferì abbracciare il sacerdozio e fu ricordato come coraggioso patriota risorgimentale.

SERVALLI, PIETRO

(Gandino, 1883 – Bergamo, 1973)

Manifestò fin da ragazzo una spiccata disposizione al disegno e alla pittura. Allievo prima del Tallone e poi del Loverini alla Carrara, ottenne di frequentare l’accademia di belle arti di Monaco di Baviera, dove si diplomò nel 1907. Dopo brevi soggiorni d’istruzione a Firenze e a Roma, aprì il suo studio a Bergamo. Eseguì affreschi nelle parrocchiali di Trescore Balneario e di Urgnano e nel cimitero di Ardesio. Preparava egli stesso gl’intonaci dei suoi affreschi unendo calce spenta a sabbia di fiume e a polvere di marmo. Buon conoscitore degli episodi biblici e dell’agiografia, ebbe fama di pittore religiosamente ispirato e fu chiamato a dipingere soggetti sacri anche fuori dei confini provinciali. Nelle nostre chiese sue opere si trovano a Sant’Omobono, ad Alzano, a Schilpario, a Bonate Sotto, a Spinone al Lago, a Clusone, a Chiuduno, a Cornale, a Pianico, a Ponte San Pietro, a Sangallo e a Gandino. Fu anche apprezzato ritrattista, attento a cogliere il carattere delle persone in posa; a Parigi nel 1948 eseguì il ritratto di monsignor Angelo Roncalli. Artista appartato e schivo, d’indole meditativa, fedele alla tradizione pittorica lombarda, allestì alcune mostre personali, fra le quali rimangono memorabili quella tenuta a Bergamo nel 1945 e l’antologica del 1969.

URBANI, PIERO

(Gandino, 1913 – Bergamo, 1992)

Studiò al Collegio Dante Alighieri di Bergamo. Incoraggiato da Ponziano Loverini, che lo fece iscrivere alla scuola di belle arti dell’Accademia Carrara, si diplomò con Contardo Barbieri dopo sette anni di studi. Più volte chiamato alle armi, partecipò alla campagna di Etiopia, alla conquista dell’Albania e quindi al secondo conflitto mondiale. Per esercitarsi ottenne di essere nominato pittore di guerra presso lo stato maggiore dell’esercito. Dopo l’8 settembre 1943 raggiunse Bergamo e si rifugiò sulle montagne seriane unendosi per qualche tempo ad una formazione partigiana. Dopo la guerra aprì uno studio a Bergamo e vendette una partita di suoi quadri a un gallerista di San Paolo del Brasile. Visitò le più importanti pinacoteche del mondo soffermandosi ad ammirare le opere di Tiziano, di Tintoretto e di Raffaello, suoi maestri prediletti. Definito dalla critica “impressionista solitario”, Urbani fu affascinato non solo dagl’impressionisti francesi ma anche da Courbet e da Délacroix. Dipinse moltissimo, affrontando con eguale talento e con tecniche diverse il ritratto, le figure, le scene di genere, gl’interni, la natura morta e il paesaggio. Abile come disegnatore e illustratore, praticò anche il restauro. Allestì diverse mostre personali e partecipò a numerose collettive.

 

 

 

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